L’ho finito da pochi minuti quindi sono ancora immersa nel libro. A caldo il mio commento è positivo. Sprattutto mi è sembrato scritto bene con una bella unione tra italiano e qualche tocco di sardo.  Ho trovato qua e là qualche ricamo letterario tipo “smuovere maree di senso in qualche invisibile altrove dell’anima” (pag 92) che personalmente non approvo molto, questione di gusto.

La figura dell’accabadora (dalla parola spagnola acabar, finire) rappresenta l’ultima madre, colei che finisce. Come c’è qualcuno che aiuta a nascere tagliando il cordone, così l’ultima madre aiuta ad andarsene. In paese è risaputo il ruolo dell’accabadora, accettato e a volte ricercato.

La morte viene vista come parte della vita e in un piccolo paese sardo degli anni cinquanta probabilmente di più di quanto non lo si faccia in una città ai giorni nostri.

Altro tema affrontato è quello dei fill’e anima, una specie di seconda nascita, un’adozione che un’altra donna o famiglia senza figli,  faceva di un bambino senza toglierlo definitivamente alla famiglia d’origine, per avere aiuto in vecchiaia e per l’eventuale eredità. L’autrice stessa è una fill’e anima infatti la dedica in apertura al romanzo è curiosamente ” A mia madre. Tutt’e due.”

Promuovo a pieni voti la prima parte col rapporto tra la piccola Maria Listru e Tzia Bonaria Urrai (rispettivamente fill’e anima e anima), la parte centrale, la più debole e scontata, si svolge a Torino e funge da stacco tra un prima e un dopo della storia,  mentre la seconda parte ha forse qualcosa di irrisolto.

La brevità del romanzo (164 pagine) a mio parere è un po’ a discapito dei bei personaggi .

Questa volta ho fotografato il libro in un angolo della cucina. L’ho fatto ricalcando una foto del medesimo angolo che avevo scattato il giorno precedente e che mi era piaciuto. Ripensandoci però il ruolo della cucina in questo libro esce in varie occasioni: luogo nella quale le donne fanno i dolci per le diverse occasioni religiose e non della vita, luogo nel quale si ricevono gli amici e le persone gradite, contrapponendosi al salotto “stanza per gli estranei, per le visite moleste e per le veglie funebri, se ne arrivano.”

Accabadora -Michela Murgia – pag 164 – Einaudi 2009
Qui intervista all’autrice