Archivi per il mese di: giugno, 2011

pag.218 – Traduzione di Martina Testa – Einaudi 2007

Niente di questo romanzo ci riporta alla quotidianità come la intendiamo noi abitanti del mondo occidentale. La nostra sicura quotidianità si trasforma nell’incubo quotidiano. Potrebbe sembrare una storia fantascientifica, una vita estrema in un ambiente estremo, ma chi ci assicura che non potrebbe succedere un giorno? I due teneri protagonisti, padre e figlio bambino, si trovano in un mondo che inevitabilmente li indurisce perché è la sopravvivenza che lo richiede. Passano attraverso gli orrori e li sopportano, perché è quel mondo orrendo che lo richiede. Nel mondo “normale”, o ritenuto tale, non avrebbero retto la centesima parte di quell’orrore.

Nella narrazione in realtà sono pochi i colpi di scena, che quasi si invocano alla scrittore perché accadano, perché qualcosa ci tolga da quella sottile tensione che sale. E camminiamo, camminiamo, camminiamo con il padre e il suo bambino, in un mondo coperto di cenere sull’orlo della fame, inseguiti da un’invisibile violenza di cui spesso si scorgono i segni.

Nella storia non conosciamo cosa sia successo prima, possiamo solo intuirlo.  Come il dopo, pure sconosciuto, possiamo solo sperarlo.

Però uno certe cose se le dimentica, no?

Sì. Ci dimentichiamo le cose che vorremmo ricordare e ricordiamo quelle che vorremmo dimenticare.

pag. 10

L’immagine che ho scattato è il più possibile di casalinga occidentale rassicurante routine.

pag.128 – introduzione di Corrado Rosso – traduzione di Piero Bianconi – Superbur Classci – 2002

Confesso,disse L’Ingenuo, che m’è parso di capirne qualcosa, e che il resto non l’ho inteso.L’abate di Saint-Yves, a quelle parole, pensò che anche lui aveva sempre letto in quel modo, e che la maggior parte degli uomini non leggono altrimenti.

pag. 65

Letto esageratamente in fretta e assolutamente da rileggere. Poi Voltaire è talmente avanti in tutto che mi viene l’ansia a scrivere qualche noterella su questi racconti. Voltaire ci sorride dai suoi ritratti e penso ci compatisca pure: che v’avevo detto io? omuncoli che vivete a 200 anni di distanza da me?

pag.113 – introduzione di Enrico De Angelis – traduzione e note di Laura Bocci – Grandi Libri Garzanti – IV Ed. 1999

Libretto che mi ha molto affascinata, trovato per puro caso al mercatino dei libri usati.

La storia inizia con una breve introduzione dell’autore che, secondo l’uso del periodo in cui è stato scritto (anni trenta del 1800) presenta il breve romanzo come la trascrizione del lascito di un amico che racconta un’esperienza vissuta annotata su un quadernetto.

Il protagonista Schlemihl, come Faust, ha a che fare con uno scambio col diavolo, il quale in cambio di una borsa colma d’oro il cui contenuto non ha mai fine, chiede non l’anima, ma l’ombra (molto bella la descrizione di quest’uomo spilungone e dai poteri incredibili che prende l’ombra, l’arrotola e la mette nella sua borsa dalla quale può estrarre di tutto) .

Si capisce subito come l’ombra equivalga all’anima, come sia un modo di rendere tangibile  l’invisibilità dell’anima. L’ombra come proiezione della fisicità umana, dell’esistenza corporea. Infatti il protagonista da quel momento non avrà più un attimo di pace, pur essendo illimitatamente ricco.

Tanto per cominciare il giovane Schlemihl passa dall’essere un perfetto nessuno all’essere un personaggio di spicco vista la sua ricchezza, quindi servito e riverito e ricercato in società.  Questo può sembrare da un lato una situazione positiva, ma non lo è. Il fatto di non possedere un’ombra risulta essere per Peter una fonte di continua discriminazione. Le persone si accorgono immediatamente che lui non ha l’ombra e sebbene lo stimino (falsamente) per la sua ricchezza, alla fine lo abbandonano. Gli espedienti per non apparire in pubblico nelle ore di sole, le illuminazioni particolari che fa installare nel suo palazzo durante le feste per far si che non si proiettino ombre non possono proteggerlo sempre.

Quando perde a causa della mancanza della sua ombra anche la donna che ama, Peter lascia la borsa coi suoi inestinguibili averi al suo servo (l’unica persona che lo accetta veramente per quello che è) e venuto in possesso degli stivali delle sette leghe gira tutto il mondo studiando la natura e trovando così se non la felicità almeno un poco di serenità. Il diavolo si rifarà vivo proponendo di ridargli l’ombra in cambio dell’anima, ma Schlemhil non accetterà questa proposta. Non riconosciuto avrà modo di rivedere il servo fedele e la sua amata, che con il suo patrimonio gestiscono un’opera di carità in suo ricordo.

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