pag.218 – Traduzione di Martina Testa – Einaudi 2007

Niente di questo romanzo ci riporta alla quotidianità come la intendiamo noi abitanti del mondo occidentale. La nostra sicura quotidianità si trasforma nell’incubo quotidiano. Potrebbe sembrare una storia fantascientifica, una vita estrema in un ambiente estremo, ma chi ci assicura che non potrebbe succedere un giorno? I due teneri protagonisti, padre e figlio bambino, si trovano in un mondo che inevitabilmente li indurisce perché è la sopravvivenza che lo richiede. Passano attraverso gli orrori e li sopportano, perché è quel mondo orrendo che lo richiede. Nel mondo “normale”, o ritenuto tale, non avrebbero retto la centesima parte di quell’orrore.

Nella narrazione in realtà sono pochi i colpi di scena, che quasi si invocano alla scrittore perché accadano, perché qualcosa ci tolga da quella sottile tensione che sale. E camminiamo, camminiamo, camminiamo con il padre e il suo bambino, in un mondo coperto di cenere sull’orlo della fame, inseguiti da un’invisibile violenza di cui spesso si scorgono i segni.

Nella storia non conosciamo cosa sia successo prima, possiamo solo intuirlo.  Come il dopo, pure sconosciuto, possiamo solo sperarlo.

Però uno certe cose se le dimentica, no?

Sì. Ci dimentichiamo le cose che vorremmo ricordare e ricordiamo quelle che vorremmo dimenticare.

pag. 10

L’immagine che ho scattato è il più possibile di casalinga occidentale rassicurante routine.