pag.510 – traduzione e note di Nicoletta Pastore – foto di copertina di Cartier-Bresson – Neri Pozza Editore 2006

Libro che stazionava da ben 5 anni sulla mia libreria, ai tempi iniziato e abbandonato dopo poche pagine.

Questa volta l’approccio è andato sicuramente megliore. Primo, non aspettarsi che il libro parli di un gatto e delle sue peripezie. Il gatto è un alter ego dell’autore usato per parlarci degli umani, dei rapporti che intercorrono tra loro e  della società giapponese che via via si sta occidentalizzando. Il romanzo è stato pubblicato nel 1905 ma l’ho trovato molto attuale rispetto a una certa critica sugli usi occidentali. Il gatto non poteva essere più adatto per raccontarci la vita di questo professore di inglese di mezz’età, che fa credere di passare il suo tempo studiando quando invece dorme, e della cerchia di suoi amici intellettuali o pseudo intellettuali che passano spesso a trovarlo per scroccargli un pasto. Il libro è anche molto ironico cosa che lo rende molto scorrevole alla lettura e certe scenette casalinghe mi hanno fatto ricordare certe situazioni viste nei cartoni animati giapponesi che guardavo da piccola.

Il gatto filosofeggia osservando e sentendosi vicino agli umani che però non sempre lo trattano coi guanti. Contento comunque di averli incontrati si avvierà verso la fine a un destino che accetterà di buon grado lasciandosi trasportare dalla vita (ho pianto sul finale, lo ammetto, ma se c’è l’addio di un gatto la lacrima mi spunta in automatico!)

Le donne purtroppo sono spesso trattate come personaggi di sfondo in tutto il romanzo. Si occupano della casa, dei figli, del marito (contro il quale hanno spesso da ridire) ma non si infilano mai nelle conversazioni degli uomini (se non con qualche frase gridata dall’altra stanza) si affidano ai genitori per il loro futuro matrimonio che è l’unico vero avvenimento della loro vita. Giappone inizio 1900, Europa un secolo dopo, forse le differenze non sono poi così tante.

Nella foto una mia incisione. Per info qui