Archivi per il mese di: aprile, 2012

a cura di Giovanna Caldara e Mauro Colombo – pag 160 – Melampo 2012

Qualche settimana fa partecipai a questo incontro che mi colpì in quanto non avevo mai avuto l’occasione di vedere e poter ascoltare un sopravvissuto ai lager. La narrazione diretta, la percezione di vedere quegli occhi che nella loro vita hanno visto, incrociare una vecchia vita che realmente ha vissuto l’inimmaginabile, è stata per me un’esperienza toccante. Nonostante le letture fatte sull’argomento, ascoltare una voce che racconta l’esperienza della deportazione e mentre la racconta, dopo averla ripetuta tante e tante volte, nelle scuole, nelle celebrazioni e negli anniversari, ancora si ferma ad asciugarsi le lacrime, dà concretamente il peso di quell’esperienza.

Ines Figini è una mia concittadina, è nata a Como nel 1922, e nel suo racconto ci sono tanti riferimenti alla città che mi hanno fatto sentire più vicina alla sua storia. La sua deportazione fu ordinata ed eseguita in seguito ad uno sciopero alla quale partecipò nella fabbrica tessile nella quale lavorava (ricordo che durante il fascismo era vietato scioperare). Parteciparono tutti gli operai, ma i fascisti arrivati a rimettere l’ordine nello stabilimento la notarono per una frase detta forse un po’ ingenuamente. Ines disse che tutti avevano partecipato allo sciopero e che quindi non era giusto che solo alcuni venissero arrestati. Ines non si interessava di politica, non era ebrea, era solo una ragazza poco più che ventenne che praticava sport, lavorava in fabbrica, e proveniva da una modesta ma dignitosa famiglia.

Quella notte stessa avvenne l’arresto, e dopo qualche giorno di prigionia a Como e poi a Bergamo, il suo triste viaggio iniziò, per terminare col suo ritorno casa un anno e sette mesi dopo, nell’ottobre del 1945.

Nel libro viene affrontato il problema del perdono che Ines è riuscita a maturare con una serie di viaggi nei campi di concentramento dove è stata internata, in una sorta di pelleggrinaggio. Durante il suo racconto Ines ha detto che probabilmente il suo perdono deriva anche dal fatto che nella sua famiglia solo lei fu deportata, quindi è forse stata “facilitata” in questo lungo percorso dal fatto di aver ritrovato i suoi affetti al ritorno.

Interessante la postfazione che tratta del fenomeno poco conosciuto della deportazione dei comuni civili che non rientravano nelle categorie dello sterminio (ebrei, internati politici, zingari ecc.) ma che vennero inviati come forza lavoro verso i lager che collaboravano con le grandi industrie tedesche.

Quand’era bambina Ines si allontanava spesso da casa per giocare.
Sua madre, però, non se ne preoccupava:
“Tanto tu torni sempre…”,
le disse una volta.
Per non deludere quella fiducia,
Ines è tornata anche dall’inferno.

nell’immagine il libro e una mia incisione


Storia della mia famiglia e altre vittime del terrorismo.

pag 131 – Mondadori Strade Blu 2007

Tempo fa lessi il libro di Licia Pinelli Una storia quasi soltanto mia.  Mi ripromisi di leggere anche questo di Mario Calabresi, figlio dell’ispettore Luigi Calabresi , per cercare di capire. Il proposito è rimasto lì in un cassetto. Recentemente però ho visto al cinema “Romanzo di una strage” di Giordana sulla tragedia di Piazza Fontana. Il film è stato molto discusso per non aver preso una netta posizione, mentre il presidente dei parenti delle vittime di Piazza Fontana, ad esempio, ha detto che è un film che fa emergere la verità storica sulla strage. Insomma ha fatto molto parlare di quel periodo, il che non è un male.

Il film di Giordana è molto centrato sulla figura del commissario Luigi Calabresi. Quindi il mio vecchio proposito è stato ritirato fuori dal cassetto e ho letto, finalmente, questo libro.

Essere da una parte o dall’altra in questi casi è molto difficile e non mi sento di giudicare senza il beneficio del dubbio (forse do un po’ ragione a Giordana). Chi narra in questo libro è un figlio che è stato  privato del proprio padre in tenera età, che ha dei fratelli e una mamma che sono vissuti e vivono con questo dolore che non ha “fine pena” (come per ogni famigliare delle vittime del terrorismo). Nel caso del commissario Calabresi è ancora più evidente in quanto divenne il capro espiatorio per una vicenda oscura come quella di Piazza Fontana e della defenestrazione di Pinelli. D’altra parte per Pinelli, possiamo dire la stessa cosa.

Alla fine tutti e due sono vittime di un sistema che aveva bisogno delle facce da dare in pasto alla gente, sia per trovare subito un responsabile per la strage di Piazza Fontana (Pinelli che aveva la colpa di essere anarchico ) sia trovare un “cattivo” nella Polizia da poter incolpare e che fu di fatto lasciato solo dai suoi superiori della Questura di Milano ( il commissario Luigi Calabresi venne poi scagionato come non presente nell’ufficio al momento della defenestrazione di Pinelli, ma anche su questa sentenza i dibattiti sono aperti).

Calabresi dedica alcuni capitoli ad altri famigliari delle vittime degli anni di piombo. Mi ha colpita la figura di Antonia Custra, figlia di Antonio Custra, che diversamente da altre vittime indirette, non è riuscita a elaborare la tragedia che l’ha resa orfana ancora prima della nascita. Ha vissuto (e forse in parte vive ancora anche se l’incontro con Mario Calabresi deve avergli aperto alcuni spiragli) nel tabù della tragedia, nell’ignorare volutamente quanto successo al padre, tacendo domande a una madre che non   le ha mai fatto sentire almeno nel ricordo   la presenza di un padre morto ammazzato. In questo la mamma di Mario Calabresi, Gemma Capra, con un coraggio e una forza notevoli, non ha mai nascosto la figura di “papà Gigi” ai figli, rendendoli partecipi dei ricordi.

passa

una vela,

spingendo

la notte

più in là

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