a cura di Giovanna Caldara e Mauro Colombo – pag 160 – Melampo 2012

Qualche settimana fa partecipai a questo incontro che mi colpì in quanto non avevo mai avuto l’occasione di vedere e poter ascoltare un sopravvissuto ai lager. La narrazione diretta, la percezione di vedere quegli occhi che nella loro vita hanno visto, incrociare una vecchia vita che realmente ha vissuto l’inimmaginabile, è stata per me un’esperienza toccante. Nonostante le letture fatte sull’argomento, ascoltare una voce che racconta l’esperienza della deportazione e mentre la racconta, dopo averla ripetuta tante e tante volte, nelle scuole, nelle celebrazioni e negli anniversari, ancora si ferma ad asciugarsi le lacrime, dà concretamente il peso di quell’esperienza.

Ines Figini è una mia concittadina, è nata a Como nel 1922, e nel suo racconto ci sono tanti riferimenti alla città che mi hanno fatto sentire più vicina alla sua storia. La sua deportazione fu ordinata ed eseguita in seguito ad uno sciopero alla quale partecipò nella fabbrica tessile nella quale lavorava (ricordo che durante il fascismo era vietato scioperare). Parteciparono tutti gli operai, ma i fascisti arrivati a rimettere l’ordine nello stabilimento la notarono per una frase detta forse un po’ ingenuamente. Ines disse che tutti avevano partecipato allo sciopero e che quindi non era giusto che solo alcuni venissero arrestati. Ines non si interessava di politica, non era ebrea, era solo una ragazza poco più che ventenne che praticava sport, lavorava in fabbrica, e proveniva da una modesta ma dignitosa famiglia.

Quella notte stessa avvenne l’arresto, e dopo qualche giorno di prigionia a Como e poi a Bergamo, il suo triste viaggio iniziò, per terminare col suo ritorno casa un anno e sette mesi dopo, nell’ottobre del 1945.

Nel libro viene affrontato il problema del perdono che Ines è riuscita a maturare con una serie di viaggi nei campi di concentramento dove è stata internata, in una sorta di pelleggrinaggio. Durante il suo racconto Ines ha detto che probabilmente il suo perdono deriva anche dal fatto che nella sua famiglia solo lei fu deportata, quindi è forse stata “facilitata” in questo lungo percorso dal fatto di aver ritrovato i suoi affetti al ritorno.

Interessante la postfazione che tratta del fenomeno poco conosciuto della deportazione dei comuni civili che non rientravano nelle categorie dello sterminio (ebrei, internati politici, zingari ecc.) ma che vennero inviati come forza lavoro verso i lager che collaboravano con le grandi industrie tedesche.

Quand’era bambina Ines si allontanava spesso da casa per giocare.
Sua madre, però, non se ne preoccupava:
“Tanto tu torni sempre…”,
le disse una volta.
Per non deludere quella fiducia,
Ines è tornata anche dall’inferno.

nell’immagine il libro e una mia incisione