Archivi per il mese di: agosto, 2012

pag 160 – traduzione di Alessandro Giovanni Gerevini –  Feltrinelli – I ed 1994

I libri che preferisco di Banana restano sempre i primi che lessi anni fa: Sonno profondo  in particolare, pubblicato in Italia nel ’94, e N.P pubblicato nel ’92.

In questo romanzo ho ritrovato qualche parvenza degli altri due, ma solo qualcosa di pallido, e ci ho trovato invece confusione e approssimazione. Forse dovuti alla traduzione? Solo chi ha potuto leggerlo in lingua originale me lo potrebbe dire.

Quello che mi piaceva dei primi due libri citati erano il modo di sentire totalizzante dei giovani personaggi e un modo di vivere nel quotidiano ma leggermente sopra le righe. Al momento della loro lettura ero anch’io giovane e mi identificai in quel modo di vivere.

Forse la diversità sta tutta qui, leggere un libro della Yoshimoto quand’era giovane, ma fuori tempo massimo.

pag. 151 – Traduzione di Riccardo Duranti – Minimum Fax 2001 – ISBN 8887765367

Riletto dopo Yates. La misura racconto mi è stata funzionale all’attesa di un libro in arrivo dalla biblioteca e alla faticosa lettura di un saggio. La forma breve ben si incastra tra altri testi.

L’ho riletto perché ne avevo un vago seppur positivo ricordo e perché se ne parlava nella prefazione di Paolo Cognetti a  Undici solitudini in questi termini:

I protagonisti di Carver, a cui viene ogni tanto accostato, sono altrettanto miseri e meschini ma raccontati con amore, ed è facile innamorarcene a nostra volta. (pag 11)

E’ anche per questo che pur apprezzando Carver, continuo a preferire Yates.

Quando leggo libri di testimonianza sui campi di concentramento mi manca sempre un tassello per completare la comprensione. Forse non è possibile capire quello che risulta difficile (o impossibile) immaginare.

Questo saggio di Primo Levi, che è anche il suo ultimo libro pubblicato nel 1986, è molto interessante perché trae ulteriori riflessioni con la prospettiva del tempo che è trascorso dall’esperienza della deportazione, della vita e della sopravvivenza al lager.

Levi cita anche le domande più frequenti che gli vengono poste durante i suoi incontri pubblici con la gente o le lettere che alcuni tedeschi gli scrissero all’indomani della traduzione e della pubblicazione di Se questo è un uomo in Germania.

E’ doveroso sapere ma forse è meglio tacere.

Ci viene chiesto dai giovani, tanto più spesso e tanto più insistentemente quanto più quel tempo si allontana, chi erano, di che stoffa erano fatti, i nostri “aguzzini”. Il termine allude ai nostri ex custodi, alle SS, e a mio parere è improprio: fa pensare ad individui storti, nati male, sadici, affetti da un vizio d’origine. Invece erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligentii, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male. erano, in massima parte, gregari e funzionari rozzi e diligenti: alcuni fanaticamente convinti del verbo nazizta, molti indefferenti, o paurosi di punizioni, o desiderosi di fare carriera, o troppo obbedienti. Tutti avevano subito la terrificante diseducazione fornita ed imposta da Hitler e dai suoi collaboratori, e completata poi dal Drill delle SS. A questa milizia parecchi avevano aderito per il prestigio che conferiva, per la sua onnipotenza, o anche solo per sfuggire a difficoltà famigliari. Alcuni, pochissimi per verità, ebbero ripensamenti, chiesero il trasferimento al fronte, diedero cauti aiuti ai prigionieri, o scelsero il suicidio. Sia ben chiaro che responsabili, in grado maggiore o minore, erano tutti, ma dev’essere altrettanto chiaro che dietro la loro responsabilità sta quella della grande maggioranza dei tedeschi, che hanno accettato all’inizio, per pigrizia mentale, per calcolo miope, per stupidità, per orgoglio nazionale, le “belle parole” del caporale Hitler, lo hanno seguito finché la fortuna e la mancanza di scrupoli lo hanno favorito, sono stati travolti dalla sua rovina, funestati da lutti, miseria e rimorsi, e riabilitati pochi anni dopo per uno spregiudicato gioco politico.

Levi narra anche l’esperienza della traduzione in tedesco del suo saggio. Esperienza che venne affrontata con un certo timore iniziale, ma che poi, grazie all’ottimo rapporto che si instaurò col traduttore, si rivelò un’esperienza fondamentale per la comprensione del popolo tedesco da parte dell’autore. Questa lettera scritta nel 1960 al traduttore a lavoro terminato fu utilizzata come introduzione per l’edizione in tedesco:

E così abbiamo finito: ne sono contento, e soddisfatto del risultato, e grato a Lei ed insieme un po’ triste. capisce è il solo libro che io abbia scritto, e adesso che abbiamo finito di trapiantarlo in tedesco mi sento come un padre il cui figlio sia diventato maggiorenne, e se ne va, e non si può più occuparsi di lui.

Ma non è solo questo. Lei forse si sarà accorto che per me il Lager, e l’avere scritto del Lager, è stata un’importante avventura, che mi ha modificato profondamente, mi ha dato maturità  ed una ragione di vita. Forse è presunzione: ma ecco, oggi io, il prigioniero 174.517, per mezzo Suo posso parlare ai tedeschi, rammentare loro quello che hanno fatto, e dire loro “sonno vivo, e vorrei capirvi per giudicarvi. Io non credo che la vita dell’uomo abbia necessariamente uno scopo definito; ma se penso alla mia vita, ed agli scopi che finora mi sono prefissi, uno solo ne riconosco ben prefisso e cosciente, ed è proprio questo, di portare testimonianza, di fare udire la mia voce al popolo tedesco, di “rispondere al “Kapò” che si è pulito la mano sulla mia spalla, al dottor Pannwitz, a quelli che impiccarono l’Ultimo [si tratta di personaggi di Se questo è un uomo], ed ai loro eredi.

Sono sicuro che Lei non mi ha frainteso. Non ho mai nutrito odio nei riguardi del popolo tedesco, e se lo avessi nutrito ne sarei guarito ora, dopo aver conosciuto Lei. Non comprendo, non sopporto che si giudichi un uomo non per quello che è ma per il gruppo a cui accade di appartenere (…) Ma non posso dire di capire i tedeschi: ora, qualcosa che non si può capire costituisce un vuoto doloroso, una puntura, uno stimolo permanente che chiede di essere soddisfatto. Spero che questo questo libro avrà qualche eco in Germania:  non solo per ambizione, ma anche perché la natura di questa eco mi permetterà forse di capire meglio i tedeschi, di placare questo stimolo.

Libro iniziato dopo aver letto Rumkowski, il re dei giudei

pag 202 Super ET Einaudi 2007 ISBN 9788806186524

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