pag. 250 – Traduzione di Tomaso Biancardi – Isbn Edizioni 2009  – ISBN 9788876381416

Si ricordava,  ai tempi del processo, come tutti quelli che conosceva erano rimasti sconvolti al pensiero di cosa sarebbe stato avere una figlia  uccisa in quel modo. Così brutale, insensato, malvagio. Nessuno si era fermato a pensare invece,  a cosa sarebbe stato avere un figlio  che era l’assassino. E’ per questo che i due dovevano per forza essere malvagi, essere diversi: altri, demoni. Non potevano essere quello che un bambino normale sarebbe potuto diventare, nelle stesse circostanze.

pag. 144

Questo romanzo si ispira ad alcuni veri e cruenti fatti di cronaca accaduti anni fa, dove gli assassini sono bambini. La narrazione è dal punto di vista dell’assassino, uno di questi ragazzini, che una volta cresciuto scontando la sua pena, ottiene di poter uscire e cercare di farsi una vita, con l’appoggio di un tutore e sotto falso nome.

Il libro ha qualche alto e basso, per quel che mi riguarda la scena della discoteca l’ho trovata alquanto piatta e banale, ma i flashback sulla vita in prigione e sull’infanzia mi hanno coinvolta completamente. Il punto forte rimane la riflessione sul ruolo dell’aguzzino, sulle circostanze che l’hanno indotto ad esserlo, cosa si poteva fare per evitare determinate situazioni familiari. Il libro non vuol essere assolutamente una scusante, ma ci induce, al di là della rabbia istintiva e cieca che tali accadimenti ci fanno provare, a considerare anche il carnefice come vittima passiva di un sistema che doppiamente lo condanna e ne fa il proprio capro espiatorio.

Giornali e televisione fanno il resto, accendendo i riflettori su vite doppiamente legate e private di qualsisai umana forma di riscatto, siano esse vittime o carnefici.

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